The World of Shamanism di R. Walsh (2007) – 2 CAPITOLO

2 CAPITOLO: PERCHE’ LO SCIAMANISMO?

Secondo Stan grof, non abbiamo gli strumenti intellettuali per comprendere le esperienze transpersonali se e quando queste si presentano alla nostra coscienza.

La psicologia, ma soprattutto l’antropologia, sono le discipline che si sono misurate con il fenomeno dello sciamanismo.

Il contributo della psicologia

Per decenni la psicologia ha frainteso il fenomeno dello sciamanismo, anche perchè non aveva dati sufficienti nè aveva esperienze dirette del caso. La teoria freudiana, tanto per cominciare, ha considerato la fenomenologia religiosa, da un lato come set di meccanismi difensivi, dall’altro come psicopatologia. Le esperienze di trascendenza sono state viste come regressioni nevrotiche o psicosi. Gli sciamani sono stati interpretati come persone disturbate. Molti comportamenti sciamanici sono stati etichettati come schizofrenia, epilessia, isteria.

 

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Mamita Martina Mamani

Mamita Martina Mamani

La globalizzazione ha creato molti gravi squilibri sul pianeta e nelle società umane. Oltre a quelli mostrati dai media quotidianamente, anche quelli invisibili, come la distruzione delle comunità tradizionali, la perdita di fiducia dei giovani nativi nelle “culture medicina”, come quella incarnata da Martina Mamani. Il suo popolo non la capisce più. Il bacino dei suoi pazienti si è prosciugato e così l amore per la Pachamama, la Terra che ci dà vita e che noi violiamo. Per diffondere la voce d’amore della Madre Terra ai suoi figli, tutti noi , Martina – ultimo erede di un lignaggio di curanderi – è costretta a viaggiare e venire in Europa, in un mondo talmente “civilizzato” e impaurito da ciò che la “civilizzazione” comporta , che l’accoglie con fiducia e speranza di ricevere i mezzi spirituali per salvare se stesso da sé stesso.
Noi dobbiamo essere aiutati a salvarci da noi stessi. E lei lo fa con amore e una contagiosissima allegria!

La storia

martina mamani perùMartina Mamani Siwar Qoyllur “Messaggera delle Stelle” è Maestra Medicina di tradizione Quechua. Porta con sé la saggezza, l’umiltà, la dolcezza e la connessione alla Pachamama, propria della tradizione andina. “Mamita” Martina Mamani è nata nel tempo di Wiracocha, a Raqchi a circa 100 km. da Cusco. La sua famiglia da generazioni, è stata guardiana del tempio di Wiracocha, conservando ed avendo cura della saggezza della medicina tradizionale andina detta in quechua “Llachay Nioq”. Fin da bambina Martina è stata iniziata al cammino sciamanico andino, diventando oggi una delle più importanti guide spirituali e donne medicina del Perù.

Sarà in Italia dal 21 aprile al 23 maggio toccando città quali Milano, Roma, Torino, Bologna, Ferrara, Brescia, Padova, Bassano del Grappa, Modica, Padova. Martina sarà coadiuvata nel suo tour italiano da Ninoska Carbajal, psicologa e danzaterapeuta peruviana e da Luigi Jannarone.

Questo testo è tratto da munay.it di Luigi Jannarone.

L’intervista

dal sito http://www.artinmovimento.com/chi-e-martina-mamani-siwarqoyllur/

Martina, dove sei nata?
Sono nata nel tempio di Wiracocha, nella comunità di Raqchi, provincia di Canchis, distretto di Sicuani, San Pedro, Cusco.

I tuoi genitori sono di Raqchi?
Sì, sia mio padre che mia madre. Sono entrambi di Raqchi. I miei genitori sono stati i guardiani del tempio di Wiracocha per molti anni, come la mia famiglia di generazione in generazione. Loro vivevano lì, nel tempio stesso, custodendo, conservando e preservando la saggezza andina, il tema fondamentale dello sciamanesimo.

martina-mamani1Così si chiama, sciamanesimo?
Bè, noi lo chiamiamo medicina o Llachay Nioq in quechua.

Llachay Nioq cosa significa?
Significa “I grandi saggi”. Tutta la famiglia di mio padre ha vissuto nel tempio di Wiracocha; adesso mio padre ha 94 anni. Nel 2000 l’l.N.C. (Istituto Nazionale di Cultura) ha reso il tempio un sito archeologico e così ci sfrattarono da lì, dicendo che lo avrebbero preservato e mantenuto loro e che avrebbero fatto alcune manutenzioni. Da quel momento stiamo vivendo nello stesso paese, a circa 50 metri dal tempio.

Quando ti sei resa conto che facevi parte di questo cammino di medicina? Quando è nato il tuo interesse?
Bé in verità da quando ero bambina, siccome i miei genitori erano maestri curanderi, abbiamo sempre vissuto in questo modo in casa con tutti i miei fratelli. Ricordo che ad ogni Luna nuova, purificavamo la casa e cenavamo alle 7 di sera: poi, dopo la cena, ci riunivamo dove avevamo un altare di pietra in casa e lì ci sedevamo in cerchio. Mio padre si accomodava in mezzo. L’altare di pietra era piatto, lucido e piuttosto grande.

Questo l’ha fatto lui?
No, attraverso i suoi nonni, attraverso varie generazione arrivò a lui in eredità. Noi chiamiamo questo altare “Ruana Rumi” che significa pietra, pietra da lavoro.

Che tipo di lavori facevano?
martina-mamani2Lì mio padre faceva le offerte sacre: si sedeva, aveva una specie di panchina anch’essa di pietra, si sistemava e iniziava la cerimonia. La Ruana Rumi non si è mai mossa dal suo posto, sta lì, da generazioni sempre nello stesso posto e per quanto l’abbiano tirata non si è mai mossa; poi l’anno interrata ma sta ancora lì, nel tempio, ovvero nel sito archeologico. Quindi mio padre si metteva lì quando faceva le letture (delle foglie di coca) o quando faceva le offerte. Mio padre era anche artigiano, lavorava la ceramica: noi questo lo chiamiamo Sañoruy (quello che fa i vasi di terracotta). Quando venivano persone a chiedere la medicina, usavamo questa stessa pietra per molare le piante: quindi questa pietra serviva per tutto tranne che per mangiare. Papà non ci ha mai lasciato mangiare lì, era per i momenti sacri, per quello si utilizzava la pietra. Anche gli antenati la utilizzavano perché in mezzo era tutta consumata. È stata molto usata: è stata utilizzata fin dal tempo degli Inca e i miei nonni e bisnonni, anche loro l’hanno sempre usata così. Tutti vivevamo nel tempio, i miei zii, i nonni, tutti lì dentro. Ho vissuto così: questo spazio di guarigione era la mia vita quotidiana e mi sono resa conto di far parte di questo cammino quando in molti venivano a chiedermi di legger loro le foglie di coca. Non mi rendevo conto di essere solo io a fare le letture, perché pensavo lo facessero tutti. Poi c’è stata una sorta di rivolta contro la nostra famiglia: incominciarono a dire che eravamo gente cattiva, che eravamo servitori del demonio. Iniziarono a dire che eravamo degli stregoni sciamani.

mamani-mQuando successe?
Questo è stato nel 1986, ero una bambina a quel tempo, sentivo che questo faceva molto male a mio padre. Avevo uno zio che era un curandero come lui: faceva le sue cose nascondendosi perché la gente lo trattava male. Negli anni ’90 i miei genitori mi passarono tutti gli insegnamenti della tradizione. Crescendo ho avuto la mia prima figlia a 22 anni, e nell’anno 1994 mi sono resa conto che anch’io stavo entrando nella medesima situazione: iniziarono a emarginare anche me e allora i miei fratelli non ne vollero sapere più niente di queste cose, volevano essere persone normali, non volevano più portare avanti la medicina tradizionale e non volevano interessarsi di niente. Ancora oggi i miei fratelli sono così, sanno tutto ma hanno deciso di non praticarlo. Io però amavo la medicina, mi piaceva, ero la preferita di mio padre e dei miei nonni perché stavo con loro tutto il tempo, stavo con i miei genitori a parlare di queste cose fino a quando ho imparato e capito sempre di più. Soprattutto gli abitanti del paese e la gente di fuori mi hanno fatto capire che quello che stavo facendo era importante. C’erano alcune persone che vennero nel 1995, maestri curanderi che facevano terapia con la musica: avevano tanti tamburi piccoli e grandi. Siccome mi piaceva tutto questo, un giorno che stavano facendo una cerimonia, io andai e mi ricevettero a braccia aperte dicendomi “Vieni Maestra” e io dissi “Di chi parlate? Io non sono maestra”. Così mi accolsero e mi ringraziarono.

Come hai imparato a leggere le foglie?coca
Così solo guardando, sentivo la coca che mi parlava, da allora mi sono dedicata alla lettura. Però molto prima, quando avevo 8 o 9 anni, osservavo sempre i miei. Quando andavo a prendere la coca con mio padre, lui mi dava le foglie, io le mettevo nella gonna e poi le guadavo e dicevo “Ah! Questo è così e quest’altro è così”. Mio padre e i miei nonni guardavano e dicevano: “Vediamo”. Loro sapevano leggere e dicevano “Ah sì, hai ragione” e quindi anche io sapevo quello che stava succedendo, niente di più. Adesso vedo che ci sono dei corsi, dove insegnano a leggere le foglie di coca e io mi chiedo, come possono farlo? Questo non si impara così.

Tu credi che qualsiasi persona possa imparare a leggere le foglie di coca?
Può essere, però non imparando attraverso l’insegnamento di qualcuno. Puoi captare questa energia, puoi parlare con le foglie di coca e ricevere il dono da mamma coca.

Leggere le foglie di coca significa parlare con loro?
Sì, parli con le foglie di coca, lo stesso succede col mais o  col tabacco, parli con loro. Parli nel senso di comunicare, perché se non arrivi a parlare con loro non puoi capire. È un po’ difficile: qui non c’è teoria, non c’è niente di scritto.

Tua Madre come lavorava?
premic_martina-mamaniMia madre è curandera, lavora con le piante e con l’elemento acqua. Sia mia madre che mio padre che io lavoriamo con l’elemento acqua. Il mio prozio lavorava con il fuoco: vedevo sempre i suoi falò in casa sua e sempre domandavo a papà, perché non facessimo anche noi un fuoco? Però mio padre lo faceva solo per bruciare le offerte o cose così. Il mio prozio lo faceva e poi si metteva a masticare la coca, lanciava le foglie, passava tutto il tempo così. Poi ho capito!

Adesso come vedi il mondo? Ha bisogno di cure?
Uh, troppo. Quasi tutta la medicina è andata persa, non so in che momento l’hanno perduta. Quando si parla di medicina alcuni capiscono però altri no, non sanno di cosa stiamo parlando.

E che cosa abbiamo bisogno di curare?
martina-mamani4Curare la coscienza e cercare di capire cosa è successo negli anni passati, e in quelli in cui siamo adesso. Questa è la prima cosa su cui ci dobbiamo metterci a pensare, riflettere e lì troveremo la risposta. Perché allora la convivenza era molto bella, amorevole, tutto era in armonia, tutto era sano, però adesso la vita non è più così. Adesso che pian piano i curanderos, gli sciamani e i maestri iniziano a riunirsi, credo che metteremo insieme la conoscenza per decidere quale medicina poter utilizzare per curarci meglio.
Lo spazio della medicina è così, non finisce mai, si va avanti continuando ad imparare. Anche mio padre curava con pietre che erano molto consumate. Quelle che si erano spaccate le riduceva in polvere e le faceva prendere alle persone a seconda del problema.
La saggezza degli antenati non ha mai fine e così a parlare della medicina naturale non si finisce mai!

Che umanità! Che semplicità! Un dono raro quello di parlare di argomenti importanti in modo così immediato e comprensibile. Riteniamo sia una persona speciale, che sta lavorando con autenticità e dedizione per lo sviluppo del nostro piano di esistenza… Da conoscere sicuramente…
Redazione di ArtInMovimento Magazine

[Foto di Respirales e Claudia Aguilar, respirolavida.com, premic.pe, siwarqoyllur.blogspot.it]

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The World of Shamanism di Roger Walsh (2)

CAPITOLO 1 – Perché lo sciamanismo e perché adesso?

Gli antichi dèi sono morti o stanno morendo e la gente ovunque li sta cercando… (Joseph Campbell)

Dopo essere stato a lungo demonizzato, lo sciamanismo oggi ritorna. La più antica disciplina di guarigione – ben più antica delle piramidi, secondo alcuni risalente a 40.000 anni fa, secondo altri addirittura 100.000 – attrae molte persone, perché?

Si tratta di pratiche spirituali che hanno preceduto la Bibbia, il buddhismo e l’induismo. Possibile che oggi risveglino l’interesse dell’Occidente? Per Roger Walsh, ci sono motivazioni culturali e accademiche ma, soprttutto, correlate alle tecniche di guarigione.

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The World of Shamanism di Roger Walsh

La dedica di Roger Walsh nel suo libro: The World of Shamanism: New Views of an Ancient Tradition

 

La realtà è più complessa di quello che vorremmo.

Se insistiamo a darle senso,

troveremo solo la nostra disperazione.

La realtà non può essere ordinatamente confezionata…

La realtà è tutto quel che è, e spesso contraddice

Quello che noi immaginiamo dovrebbe essere.

(Rabbi Yannai, antico saggio ebreo)

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Considerazioni sulla Ruota del Tempo

Tutte le culture hanno una qualche forma di calendario, una sorta di promemoria che ciclicamente ci ricorda in che stagione siamo, se sta iniziando o concludendosi, quali sono le condizioni esterne più probabili, qual è il comportamento più opportuno. Soprattutto, questo promemoria temporale serve a ricordarci qual è il mood di una stagione, i suoi significati simbolici e come essi risuonano nel nostro soma e nella nostra psiche. Corpo e anima.

I nativi americani la chiamano Ruota di Medicina, i Celti Ruota del Tempo, altri popoli non la chiamano affatto ma hanno un’ agenda ben strutturata del ritmo delle stagioni, della simbolica, perfino degli stati d’animo. Incluso quello particolarissimo dell’apertura del cuore all’energia dell’universo, quale che sia il mezzo prescelto per condurre il cammino.

 

Se prendiamo come esempio la Ruota del Tempo più diffusa attualmente, negli ambienti del neo-paganesimo e del risveglio dello sciamanismo in occidente, abbiamo una configurazione del tempo che si fonda su otto momenti  o tappe fondamentali, che segnano il passaggio da una stagione all’altra come un susseguirsi di stati di coscienza.

Nel neo-paganesimo prevale una rappresentazione dello scorrere del tempo e del suo eterno ritorno che QUI è narrata in modo semplice e comprensibile.

Volendo approfondire, la bibliografia di base è questa:

  • Phyllis Currott, L’arte della magia, Sonzogno, 2001
  • Scott Cunningham, Wicca, Armenia, 2001
  • Starhawk, La danza a spirale, Macro, 2002.
 Riflettendo su questo schema, emerge una struttura di opposizioni e corrispondenze, che manifestano la qualità ritmica e pulsante dell’universo e della natura. Ogni snodo della Ruota ha una controparte che, manifestando le qualità opposte, suggerisce che l’alternarsi di tanta diversità produce inevitabilmente un equilibrio, una compensazione. Questa dimensione non è enfatizzata, ma si identifica con il Centro della Ruota, il perno immobile intorno al quale tutto ruota, il Testimone silenzioso dell’Essere, quello stato della Coscienza senza il quale nessuno dei punti chiave della Ruota sarebbe possibile.
La Ruota illustra e racconta un divenire che, nel suo perenne mutamento e nella sua impermanenza, esibisce la sua irrealtà e rimanda implicitamente all’unica realtà del Centro. Rammentandoci simboli e costumi collegati al ciclo delle stagioni che nascono e muoiono, invitandoci ad accogliere la diversità di ogni momento dell’anno e di ogni direzione dello spazio, la Ruota ci suggerisce che dietro la ripetitività del rito c’è uno sfondo di eternità e immortalità, perché il Centro resta sempre lo stesso.
Anche le opposizioni e le corrispondenze degli otto snodi del fluire del tempo rivelano un’architettura simbolica e logica che evoca la centralità del sacro.

Possiamo dividere la Ruota in semestri secondo diverse visioni del mondo.

Il semestre chiaro, in cui la luce, il calore e l’estate fioriscono, va da Beltane (maggio) a Samhain (novembre). Il semestre scuro, in cui il calore si ritira, la luce è scarsa e la notte domina, va da Samhain a Beltane.

La visione del mondo dei Celti è regolata da questa percezione di base del reale. Le mezze stagioni sono inglobate nell’opposizione principale fra estate e inverno, trionfo della vegetazione e raccoglimento in se stessi, attività e letargo.

Ma possiamo orientare i semestri secondo altri significati. Per esempio, c’è un semestre in cui il sole cresce andando da Yule (dicembre) a Litha (giugno), contrapposto a e completato da un semestre in cui il sole decresce, andando da Litha a Yule.

Questo ciclo è solare, ciò che importa ai popoli che prediligono questa suddivisione del tempo, è connettersi alla posizione del sole, al suo cammino annuale.

Possiamo considerare anche una suddivisione che parte dai due momenti di coincidentia oppositorum, in cui il chiaro e lo scuro si confondono e si scambiano le parti. Il semestre che marca l’alternanza fra fine e inizio, va da Ostara (marzo) a Mabon (settembre), mentre lo scambio fra inizio e fine proietta il percorso della rinascita andando da Mabon a Ostara.

Queste sono le stazioni dell’incertezza, in cui sperimentiamo la vacuità delle nostre identità, la facilità con cui ci trasformiamo nel nostro opposto. Le culture che danno attenzione soprattutto a questo ritmo, sono familiari con le liturgie dell’oltretomba, connesse con la catena degli antenati, in sintonia con le pratiche ctonie.

Infine, possiamo orientarci grazie all’opposizione e la complementarità fra le due azioni fondanti dell’arte agricola. Il semestre dell’attesa va dalla semina in Imbolc (febbraio) al raccolto in Lughnasadh (agosto), mentre il semestre del consumo va dal raccolto reso possibile da Lughnasadh sino alla nuova semina di Imbolc che dà inizio alla nuova produzione.

Tradizioni diverse privilegiano momenti diversi, accentuando una dimensione o l’altra del divenire, preferendo metafore sensibili in economie di caccia e pesca, oppure agricole, oppure basate sull’allevamento. Il ciclo del seme sarà più affine alla sensibilità contadina, quello del sole ai nomadi allevatori, ma tutti troveranno nella Ruota del Tempo una chiave di lettura della vita sul pianeta che richiama costantemente l’identità suprema fra staticità e movimento, fra sacro e profano.